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ref. economia e regolazione della distribuzione dei contenuti televisivi

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di PIERO DE CHIARA

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Nei prossimi mesi si intrecciano una serie di vicende industriali e re- golatorie, che avranno un impatto duraturo sul sistema dei media

L’elenco che segue può sembrare eterogeneo, ma le interferenze saranno inevitabili:

– la contesa o l’accordo tra Fininvest e Vivendi su Mediaset e gli eventuali effetti sul controllo di Telecom Italia
– l’asta per i diritti del calcio europeo e nazionale e il conseguente uso delle diverse piattaforme
– il roll out degli investimenti in fibra, in particolare di Enel Open Fiber e Telecom Italia
– il coordinamento internazionale propedeutico al passaggio della banda 700, da usi broadcasting ad usi unicasting mobile
– l’evoluzione della struttura di mercato delle tower company
– la possibile notifica da parte dell’Agcom di Sky, Mediaset o Rai quali operatori dominanti nei mercati tv
– l’applicazione case by case del regolamento europeo sulla net neutrality
– la diffusione del programmatic advertising ibrida su mezzi broadcasting e unicasting, e conseguente evoluzione dei sistemi di monitoraggio consortili, quali auditel e audiweb o proprietari quali Google o Facebook

Per capire le interferenze tra questi processi è utile abbozzare alcuni elementi di economia della distribuzione dei contenuti audiovisivi, siano essi commerciali, di servizio pubblico o generati dagli utenti per altri fini.
I contenuti commerciali, di servizio pubblico o generati dagli utenti, hanno diverse ragion d’essere sia per l’autore, sia per il regolatore. Ai fini di questo articolo, per semplificare, tralasciamo queste differenze e trattiamo tutti i contenuti come se fossero commerciali: ciò che ci consente comunque di riconoscere alcune direttrici comuni a tutte le imprese. Le cifre e le percentuali che useremo nel seguito vanno verificate e affinate, e devono quindi essere considerate come puramente indicative ai fini del ragionamento.

La distribuzione

Dal punto di vista dell’impresa, i costi di distribuzione devono ridursi. Naturalmente, una piattaforma con una larga base installata può sfruttare la sua posizione per erodere grandi quote di valore all’editore. Ad esempio, la distribuzione fisica delle videocassette erodeva oltre metà del prezzo del film; altrettanto esosa era la distribuzione mobile e la fatturazione su SIM prepagata dei servizi a valore aggiunto. Livelli simili di inefficienza (o di rendita oligopolistica) sono destinati ad essere prima o poi soppiantati da piattaforme o modelli di business più efficienti.

Ad esempio, la quota dei ricavi tv erosa dalla distribuzione via etere terrestre è stata intorno al 15% anche in epoca analogica. Con il DTT questa quota è scesa molto meno di quanto ci si poteva attendere, perché gli editori, verticalmente integrati con l’operatore di rete, hanno tentato di valorizzare l’asset frequenziale, saturando l’etere con usi non efficienti e mantenendo elevati i prezzi di autofornitura del servizio.

In ogni caso, anche con prezzi medi artificialmente alti, Il DTT resterà a lungo la piattaforma più usata per la distribuzione video, con la più larga base installata in termini di contatti e tempi. Ma la concorrenza ai bordi e sulle nuovi classi di età comincia a mordere: il DTT è oggi la modalità di ricezione unica per il 60% delle famiglie e quella principale per il 75% delle famiglie. Percentuale che scende del 5% all’anno e che si riduce ulteriormente se anziché le famiglie si considerano gli individui. Questa lenta erosione del DTT quale principale base installata, comporterà una razionalizzazione dei costi e la fine della integrazione tra editore e tower company. Per l’editore, l’etere terrestre non sarà più “la mia frequenza”, ma affitto di capacità trasmissiva da confrontare con altre piattaforme in termini di costi e basi installate. Altre modalità distributive quali CATV o SAT hanno costi marginali molto inferiori, ma scontano elevati costi fissi o costi sul lato dell’apparato d’utente. In Italia, la tv via cavo è assente, mentre ci sono oggi 10 milioni di parabole; per 5 milioni di famiglie il satellite è la principale modalità di ricezione televisiva. Anche considerando la minore base installata, i costi contatto di diffusione satellitare sono quindi inferiori a quelli terrestri.

Altre modalità distributive quali CATV o SAT hanno costi marginali molto inferiori, ma scontano elevati costi fissi o costi sul lato dell’apparato d’utente. In Italia, la tv via cavo è assente, mentre ci sono oggi 10 milioni di parabole; per 5 milioni di famiglie il satellite è la principale modalità di ricezione televisiva. Anche considerando la minore base installata, i costi contatto di diffusione satellitare sono quindi inferiori a quelli terrestri.

Del tutto peculiari sono le distribuzioni unicasting/multicasting nel mondo internet, che è oggi la principale modalità di ricezione per appena l’1% delle famiglie, ma con un elevato trend di crescita, soprattutto nelle nuove classi di età. Occorre fare una distinzione di massima tra ADSL, fibra e 4G/5G. Via rame, i sunk cost sono stati ammortizzati da una decisione regolatoria degli anni ’90, quando si decise di attribuire all’ADSL, che usa la maggior parte del doppino, solo i costi incrementali, lasciando alla fonia in banda bassa oltre la metà del prezzo all’utente. La distribuzione del video, che ormai occupa in termini di Byte 2/3 della banda, sembra essere gratis, cosa che innervosisce le telco. C’è da dire, però, che anche gli OTT investono nei sistemi distributivi. Sopra la rete di accesso, dalla CDN in su, ci sono più costi di quelli non ammortizzati e attribuibili al rame.
Non è detto che la fibra, il cui deployment è in corso, segua lo stesso modello di business e regolatorio. Le telco non sembrano rassegnate a diventare una commodity, i cui investimenti sono remunerati con i magri WACC dei nostri tempi. Per sostenere gli investimenti vogliono partecipare ai business free, pay e alla rivendita dei big data generati dai consumi video. Già, ma come? Intermediando diritti editoriali come fa BT? Integrando telco e tv, come sembrano muoversi AT&T, Telefonica, Vivendi, Mediaset e tanti altri? Aggirando la net neutrality, facendosi pagare la Quality of Service dal content provider? Oppure dal cliente finale? Auguri. Dal punto di vista del regolatore, l’ultima opzione, con il cliente che paga la qualità, appare la meno problematica, mentre le integrazioni verticali esclusive (sia societarie, sia commerciali) tra reti e contenuti diventano problematiche se hanno un forte impatto sul mercato. Difficile prevedere la struttura dei costi di distribuzione 5G: risolto il problema della latenza, non è ancora chiaro se anche la quinta generazione avrà lo stesso tallone d’Achille delle precedenti, che patiscono l’ingorgo di molti clienti nello stesso momento, nella stessa cella o cluster di celle. Ciò che è evidentemente un handicap per molte trasmissioni televisive in diretta.
Se ancora sarà così, il 5 G dovrà convivere e competere per decenni con la fibra e il broadcasting terrestre e satellitare. In tutti i casi, inevitabilmente ben sotto la soglia storica del 15% dei ricavi destinabili ai costi di distribuzione netti.
I costi di distribuzione lordi possono raddoppiare se comprendono geo-localizzazione, profilazione e billing, dove puntano Apple, Vodafone e tutta la mobile industry; ma Google e Facebook vanno oltre e offrono un servizio che, oltre a indicizzazione, distribuzione e fatturazione, include anche la quota, storicamente molto elevata, che spetta alla concessionaria per la raccolta pubblicitaria; infatti il titolare dei diritti video ottiene da YouTube appena la metà del valore della pubblicità abbinata. Altre piattaforme di programmatic advertising trattengono una quota ancor superiore, a causa di una più lunga catena di intermediari.
In futuro questa abnorme quota appannaggio degli OTT e del programmatic gestito dai centri media dovrebbe scendere, se il mercato e la regolazione faranno bene il loro lavoro. Con la diffusione delle connected tv, alcuni dei vantaggi di posizione acquisiti nel mondo privato di Google o in quello ancor più chiuso di FB possono essere insidiati. Nel cloud poi preparano la controffensiva nuovi e vecchi imperatori delle economie di scala, quali Amazon, Microsoft e IBM.

L’editore 

Spostiamoci ora sul lato del fornitore di contenuti. Per fare un esempio, ipotizziamo il business plan di un’impresa televisiva free che preveda 25 milioni di ricavi pubblicitari netti (corrispondenti oggi a circa un punto di share), 15 milioni annui di costi del palinsesto, 4 milioni di costi per la raccolta pubblicitaria, 4 milioni di costi di distribuzione.

Concentriamoci su questo ultimo costo: l’impresa, in proporzione con le basi installate che abbiamo visto sopra, si attende 3⁄4 dei propri contatti, e quindi dei propri ricavi, dalla piattaforma DTT, il rimanente dalla distribuzione satellitare e internet. Di conseguenza, è disposta a spendere 3 milioni per l’affitto capacità DTT, mezzo milione per affitto satellite, mezzo milione per il broadband fisso e mobile.

Il modo più facile e diffuso per essere accessibili e ottenere ricavi via internet è delegare la raccolta pubblicitaria ad un OTT il quale, nel business plan che stiamo ipotizzando, gira all’editore tv un milione e trattiene un milione, che spesa la raccolta pubblicitaria, la distribuzione OTT compresa la CDN ed eventuali accordi con le telco. Ovviamente costi e modelli di business nel mondo broadband sono in veloce evoluzione.

Ma torniamo al DTT: 3 milioni sono, grosso modo, l’attuale costo annuo di mercato lordi delle tower company, abbordabili solo da palinsesti che realizzano uno share nell’ora di picco superiore allo 0,8% (o un rating superiore allo 0,5%). In Italia oggi esistono meno di venti palinsesti con uno share superiore allo 0,8%. Questo numero è destinato a variare di poco nei prossimi anni. Quindi la domanda potenziale massima è inferiore alla banda DTT disponibile, anche dopo l’abbandono del 700, anche considerando la pay tv, le tv locali e la fase di transizione simulcasting SD/HD. Il simulcasting è abbordabile da una decina dei principali palinsesti nazionali (quelli oltre il 2% di share e i 50 milioni di ricavi pubblicitari). Non ci addentriamo nei calcoli relativi alla maggior capacità richiesta dalla transizione all’HD, che dovrebbe essere sostanzialmente compensata dalla maggior efficienza della diffusione DVBT2 e delle compressioni MPEG4 o HEVC.

La pay DTT occupa in Italia oltre tre MUX, ma questo è effetto di contratti di autofornitura costruiti per saturare e valorizzare l’asset delle frequenze. I costi del DTT per uso pay possono essere giustificati solo per pochi canali o eventi, ad esempio per anticipi e posticipi del campionato di calcio. Per le tv locali, considerati i fatturati pubblicitari, è invece ipotizzabile che i costi tecnici siano abbordabili da meno di una decina di palinsesti per ciascun bacino.
A conti fatti, la reale domanda di capacità trasmissiva terrestre, in totale, può attestarsi intorno agli 8 MUX single frequency, più un paio di MUX per una fase transitoria di simulcasting dei principali canali, ampiamente compatibile con il lungo decennio di utilizzo esclusivo della banda sub 700. Programmazioni con ascolti e ricavi inferiori, andranno solo via satellite e internet o, sotto i 3 milioni di ricavi, solo via OTT.
È quindi evidente la insostenibilità dell’attuale struttura del mercato delle tower company, figlia della integrazione verticale con gli editori e fondata su contratti di autofornitura a prezzi convenzionali.

Lo sviluppo più probabile ed efficiente sembra essere quello, largamente diffuso all’estero, di una grande società non partecipata dagli editori e che offre un servizio chiavi in mano agli editori nazionali e locali. Questa società dovrà ovviamente essere fortemente regolata, per garantire la non discriminazione, peraltro insensata in assenza di integrazioni verticali. Questo sviluppo consente una discesa graduale del costo di diffusione, un incremento immediato della qualità, una gestione ordinata della transizione della banda 700 e delle successive transizioni dei sistemi diffusivi e di compressione. È inutile usare il termine “operatore unico”: se il mercato escluderà l’esistenza potenziale di operatori minori alternativi, è inutile proibirla per legge. Se invece la consentirà, sarà un contributo alla regolazione del prezzo. Inutile anche insistere sulla ideologia del controllo pubblico dell’operatore, che difficilmente genera efficienza e non discriminazione.

L’importante è disincentivare l’integrazione verticale tra rete ed editore, per favorire una evoluzione ordinata, prima che siano i mercati finanziari a svelare il bluff della sopravvalutazione dei contratti di autofornitura e quindi dei valori riconoscibili al singolare assetto italiano degli operatori di rete e delle tower company.

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